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Il Partito dei Pirati

Il Partito dei Pirati - Bach Music Academy
Quella della lotta alla pirateria diventa sempre più una vicenda dai risvolti tragicomici se non fosse che sta mettendo sul lastrico un intero settore e migliaia di lavoratori: da una parte l'industria, gli artisti e i governi che si affannano a trovare una soluzione per mettere freno allo scambio incontrollato di musica e film dopo anni di anarchia totale; dall'altra i pirati, o meglio, i milioni di utenti del file sharing che ora hanno pure un "Partito dei Pirati" per far valere i propri diritti (parola che in questo caso suona pure strana) che alle ultime elezioni in Svezia ha preso oltre il 7% di voti.

 

In una settimana per i sostenitori del diritto d'autore sono così arrivate due cattive notizie: in Francia, dopo tutto quello che è stato detto e fatto, alla fine è arrivato il Consiglio Costituzionale francese a dire che la connessione a chi scarica file da internet non può essere sospesa tirando in ballo la dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1789. La seconda è che in Svezia il PiratPartiet è diventato il quinto partito in assoluto con 200.000 voti ed ha mandato un suo rappresentante al parlamento Europeo.

Quest'ultima notizia in particolare sembra un monito ai governi degli altri paesi: in Svezia il partito conservatore ha cercato di mettere dei paletti al peer to peer e questo è stato il risultato. Il Partito dei Pirati è stato votato dal 7,2% degli svedesi ma ha ottenuto la maggioranza assoluta tra gli elettori dai 18 ai 30 anni di età, ovvero tra quelli nati all'insegna del "su internet la musica è gratis e guai a chi ci tocca questo diritto" - diritto di non rispettare il diritto (d'autore).

Tra gli altri paesi decisi a stringere i tempi sul download illegale e a trovarsi prima o poi qualche gatta da pelare con gli elettori più giovani, ovviamente la Francia, poi Germania, Taiwan, Corea del sud, mentre nel Regno Unito si discute ancora, così come in Italia e in America. La legislazione spagnola invece ritiene che il peer to peer non debba essere considerato illegale se non viene fatto a fine di lucro.

Da questa guerra tra diritti (o dritti, che dir si voglia), non sarà facile uscirne se si pensa che il fenomeno muove interessi enormi a livello mondiale: basti pensare che il traffico generato dal p2p a livello globale varia dal 70% dell'Europa dell'Est, al 55% circa del resto d'Europa, fino al 65% del Sudamerica e al 66 dell'Africa del Sud. Insomma vale più della metà dell'intero traffico globale.

Ecco perchè c'è chi pensa che prima o poi saranno i provider a doversi sobbarcare i costi della baracca del settore intrattenimento, consentendo a produttori, editori, major discografiche (nel frattempo diventate "music company"), o alle nuove figure di artisti imprenditori, di avere pure loro il sacrosanto diritto di guadagnarsi la pagnotta.

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